giovedì 2 giugno 2011

La nostra provincia, sul piano dello sviluppo territoriale e occupazionale, presenta ad oggi luci ed ombre.

Se riflettiamo sulle caratteristiche del suo sistema produttivo, così come su quelle del Sistema Paese, ci rendiamo conto che, per intervenire su una realtà frammentata fatta per il 70% da aziende con meno di 15 dipendenti, abbiamo bisogno di costruire un progetto organico e coordinato di sviluppo, attraverso il supporto delle altre organizzazioni sindacali, della Provincia e delle associazioni datoriali. Continueremo allora a portare avanti il Tavolo anti-crisi con la Provincia ed ad insistere sul tasto dello snellimento della burocrazia, al fine di attrarre nuovi insediamenti produttivi e rendere la nostra provincia più appetibile e competitiva, scongiurando le delocalizzazioni.

Nonostante i segnali positivi di ripresa lanciati dall’economia provinciale nel 2010, trainata dal settore manifatturiero, i dati occupazionali rimangono comunque preoccupanti, visto che corriamo il rischio che il tasso di disoccupazione nella nostra provincia diventi strutturale assestandosi intorno all’8%. Considerato il quadro attuale, risulta difficile pensare che i lavoratori espulsi dal mercato del lavoro a causa della crisi possano rientrarvi tutti, tanto più se le aziende non presentano un vero piano di rilancio industriale, e se non verrà implementato un sistema strutturato di ricerca e innovazione sostenuto da una profonda rivisitazione degli ammortizzatori sociali.

Non dimentichiamo in particolare i soci-lavoratori delle cooperative, che definiamo “lavoratori-fantasma”, poiché non abbiamo a disposizione un censimento che ne quantifichi la reale consistenza numerica; chi resta disoccupato non beneficia di nessun ammortizzatore sociale, e spesso va ad alimentare il mercato nero, facendo concorrenza ai piccoli artigiani.

Voglio poi citare il tema delle infrastrutture che riguardano la nostra Provincia: il “corridoio 5” e il “24”, ovvero la Lione-Torino e la Genova-Rotterdam. Queste opere non avrebbero soltanto una valenza immediata, dal momento che ogni miliardo investito equivale a 20 mila occupati, ma darebbe al nostro territorio una forza competitiva dirimente per il futuro. Diversamente corriamo un grave pericolo di prospettiva: la delocalizzazione, non già verso altri Paesi, ma interna, ad esempio verso aree vicine meglio attrezzate e servite. Serve dunque uno sforzo bipartisan della politica locale che spinga a livello nazionale a realizzare queste importanti opere.

Il 1° maggio è passato da poco. Mai come quest’anno si è notata la distanza tra sigle sindacali, in particolare tra la CGIL da un lato e la CISL, con la UIL e altre sigle, dall’altra. Qual è la sua opinione in merito?

La storia del sindacalismo italiano è costellata da divergenze, accomunate sempre, se ci pensiamo bene, da situazioni congiunturali difficili. Ciò significa che in periodi storici in cui il barometro dell’economia e dell’occu-pa­zione tende al bello, le differenze che ci sono non si notano e soprattutto, non emergono semplicemente perché c’è da gestire l’ordinaria amministrazione.

Nelle fasi difficili, invece i due blocchi confederali hanno ricette diverse e quindi emergono le contrapposizioni. Questo perché chi ha un approccio tendenzialmente pragmatico e riformista bada al sodo e, pur con fatica, separa le emozioni dall’azione sindacale. Inoltre la CISL trae linfa, nelle difficoltà, da una forte connotazione valoriale, che in sintesi pone l’iscritto e i suoi bisogni al di sopra di tutto, anche della politica.

Disoccupazione giovanile alta, salari bassi, scarsa produttività. Quale la ricetta della CISL per uscire da questa spirale perversa?

Ricette, purtroppo, non ce ne sono, ma credo fermamente che una riforma del fisco che premi il lavoro, dipendenti e imprenditori, a discapito delle rendite improduttive sia una scossa ormai